basi delle lavorazioni

Ceramica graffita veneziana

Luigi Conton, archeologo

Luigi Conton è una delle figure veneziane più interessanti e importanti nell’ambito degli studi archeologici della prima metà del Novecento. La sua fama è soprattutto legata alla pubblicazione di un libro, “Le antiche ceramiche veneziane scoperte in Laguna”, ma i suoi campi d’indagine furono più ampi, con risultati non meno importanti. Nasce il 31 ottobre del 1866, da Bortolo e Giuditta Zago, in località San Pietro di Oriago, allora Comune di Gambarare, in una misera abitazione prossima alla villa Gradenigo Fossati. “Erano quelli racconta i giorni nei quali le truppe italiane, occupato il veneto, entravano in Venezia. infatti fui tenuto al fonte battesimale da un bassouffiziale del regio esercito italiano e, oltre che il nome del mio nonno paterno, Luigi, mi fu imposto anche quello di Vittorio”. Terminata la terza elementare all’età di dodici anni, lavora nella bottega del padre artigiano, finché, con l’aiuto delle sorelle Fossati, quattro anni più tardi, s’iscrive all’Istituto Astori di Mogliano: “ero allora sedicenne, analfabeta o quasi; della scuola che cosa poteva essermi rimasto in testa? la sola volontà di apprendere!”.

Dopo aver conseguito la licenza ginnasiale, continua gli studi all’Istituto Cavanis e poi al Seminario di Venezia. Ottiene la licenza liceale al Liceo Foscarini, nel cui Convitto opera poi come istitutore fino alla laurea in Lettere all’Università di Padova nel 1892. Da allora ricopre numerosi incarichi: è professore nei ginnasi di Mazara del Vallo, S. Severino Marche, Veroli, Mortara, Adria, ritornando infine al Foscarini di Venezia dove insegna per trent’anni, fino al 1935. Dovunque si trovi, all’attività d’insegnante unisce quella di studioso, ottenendo lusinghieri riconoscimenti nel campo della ricerca archeologica. Dagli anni ’20 i suoi studi si rivolgono soprattutto alla produzione ceramistica della città

di Venezia, a “quei cocci sui quali generalmente non si sa leggere la vetustà e l’importanza della storia del costume dei popoli”,

e le scoperte trovano vasta eco in pubblicazioni nazionali e straniere:

valga a citazione il titolo dell’articolo dell’Union Jack del 7-12-’46

“Senza canna, senza lenza, senza esca”,

con riferimento alla sua “pesca” di ceramiche in laguna.

Gli ultimi anni di vita li trascorre nella villa

di campagna della moglie a Campoverardo

di Camponogara, dove muore il 15 giugno 1954.

 

Pescatore di ceramiche

di Giovanni Andrea Martini

 

Correva l’anno 1927.

“Era un pomeriggio di gennaio; splendeva un sole che dava alla terra i tepori di una precoce primavera. Il riflusso del solstizio era tale, che le barche si arenavano nei canali interni e la libera laguna presentava all’asciutto tutto il pendio de’ suoi margini, tutte le sue mobili scogliere […]. Il caso mi portò sopra i residui dell’antico argine San Marco, nei pressi di Fusina, dove immersi nella nera fanghiglia affioravano fra l’alghe frammenti di stoviglie fittili con ornati e figure graffite e dipinte del più puro Quattrocento. […] subito mi accorsi essere capitato sopra uno scarico di rifiuti di fornace vicina […] col pensiero mi fermai a Venezia; alla mia Venezia, che in quell’istante, per quella semplice casuale scoperta, ebbe rivendicata dall’indegno oblio un’altra delle sue glorie antiche!” 

Con queste parole appassionate, con questo calore, con questi accenti, Luigi Conton descriveva la sua scoperta.

Prima di lui infatti la ceramica veneziana aveva trovato scarsa considerazione e quanto recuperato in città veniva spesso bollato come prodotto di importazione.

Tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento in  centri quali Faenza, Ferrara, Deruta fiorivano monografie sulla produzione ceramica medievale e rinascimentale, mentre a Venezia l’argomento sembrava non destare particolare interesse.

Solo alcuni studiosi come l’Urbani  e i francesi Moliniere e Jacquemart sottolineavano l’importanza che doveva rivestire la produzione fittile a Venezia già in età medievale, ma si limitavano a supposizioni visto che di ceramica quattrocentesca nelle collezioni pubbliche esisteva solo una ciotola di fattura piuttosto grossolana che recava dipinta su ingobbio la data 1499 É solo grazie alla dovizia di reperti recuperati da Conton e agli attenti studi su di essi effettuati che oggi possiamo parlare di un’importante produzione di ceramica veneziana, per nulla inferiore agli altri rinomati centri italiani. Ma facciamo un passo indietro. Come fioriscono in Conton la passione per la ricerca archeologica e l’interesse per il materiale che nei secoli la terra custodisce spesso più gelosamente dell’uomo?

L’amore per l’archeologia in Conton è vivo fin dall’epoca dei suoi studi liceali presso l’Istituto Astori di Mogliano

La sua professione di insegnante, poi, lo porterà in giro per l’Italia a soggiornare in luoghi ricchi di storia che stimoleranno ancor più la sua curiosità di studioso del passato.

Il primo incarico ministeriale gli offre la docenza di Lettere nel Regio Ginnasio di Mazara del Vallo in provincia di Trapani. Conton ha 28 anni e accetta senza indugio. A Mazara rimane tre anni ed è in questo luogo che la sua passione per le cose antiche e l’archeologia si abbevera alle rovine di Selinunte.

Io andavo con il mio bastone da passeggio come unica arma, che mi serviva anche da strumento di scavo. Bastava smuovere col bastone la sabbia marina che copriva le rovine per mettere in luce statuette di terra cotta, unguentari di vetro, lucernette e ogni sorta di reliquie”.

Trasferito a San  Severino marche, in provincia di Macerata, Conton cerca le origini dell’antica Septempeda. Ma è una permanenza breve. Una nuova cattedra lo aspetta infatti a Veroli nel Lazio. Anche qui la passione per la ricerca è forte e l’esperienza acquisita in campo archeologico la applica nell’ambito librario. Chiamato ad occuparsi della biblioteca di un antico convento di Cappuccini scopre il più antico vocabolario italiano, “La fabbrica del mondo” di Francesco Alunno, stampato a Venezia nel 1546 e il codice miniato di un’opera ciceroniana. Da Veroli viene trasferito ad adria dove rimane per sei anni, dal 1898 al 1904. Di questo suo soggiorno ad Adria Conton scrive in “Antiche necropoli di Adria” e in vari interventi apparsi su “Ateneo Veneto”. Scopre infatti siti importanti: a lui e alla piccola società di “Archeolofili” da lui fondata si deve il recupero di corredi funerari che arricchiscono la raccolta del Museo di Adria che verrà inaugurato nel 1905.

 

Ma lui, dal 1904, è già a Venezia, professore al liceo Foscarini dove insegnerà per trent’anni.

La passione per l’archeologia lo continua ad accompagnare riservandogli nuove avvincenti scoperte. Si occupa del ricchissimo sito di lova ed inizia l’esplorazione del territorio jesolano di cui ci informa in “Le antichità romane della Cava Zuccarina” (1911). Il metodo adottato è sempre lo stesso: coniugare costantemente lo studio con la ricerca sul campo, fondata sullo scavo topografico ed accompagnata dall’analisi scrupolosa dei reperti. Ulteriore conferma viene dalla sistematica perlustrazione, iniziata nel gennaio 1927, dei margini della laguna a cominciare dal cosiddetto argine di san marco.

 

Quest’argine era stato costruito dai Veneziani nel 1324 per deviare le acque del Brenta e correva parallelo alla laguna da San Marco in Boccalama a Fusina. Per compattare e rafforzare l’argine i Veneziani avevano utilizzato una grande quantità di materiale fittile.

Quello  che  maggiormante colpisce Conton, oltre alla quantità dei cocci, è la certezza che si tratti di scarti di fornace. Lo testimoniano le deformazioni di molti reperti, le sbavature e le colature del colore, le deturpanti tacche lasciate dai treppiedi divisori in fase di cottura, i frequenti frammenti non invetriati e solamente graffiti nell’ingobbio. Che ci si trovi di fronte a scarti di fornace è poi confermato dal rinvenimento degli stessi treppiedi divisori o “zampe di gallo”, alcuni col marchio della fornace inciso o in rilievo, e di piattini ad alto piede ugualmente utilizzati nei forni.

Il materiale è ascrivibile spesso al sec. XIV, come testimoniano la qualità del graffito, la ripartizione della superficie decorata, la puntinatura che fa da sfondo a splendidi profili muliebri o maschili, i costumi e le acconciature dei personaggi raffigurati, i mo- tivi simbolici e araldici che decorano il cavetto di molti pezzi.

Conton nelle sue ricerche trova anche consistenti frammenti di colonnine fittili del tutto simili a quelle che costituiscono la decorazione del trecentesco caminetto che ancora oggi possiamo ammirare nel castello di Monselice.

Tutti questi elementi confutano in modo inequivocabile la tesi che a Venezia prima del 1500 non sia esistita una produzione fittile propria.

Spesso lo studioso si faceva accompagnare nelle peregrinazioni da una delle quattro figlie, Egle, oggi ottantottenne. Alta, magra, lucidissima, conserva con gelosia quanto del padre è stato scritto e lo sguardo le si illumina quando ricorda quelle giornate in cui seguiva il padre nella ricerca. Racconta che da Fusina un conoscente li portava in barca sull’argine San Marco e li lasciava lì finchè non veniva richiamato a voce da Conton. L’argine si presentava come un altissimo sbarramento, “sarà stato alto quanto due persone in piedi una sopra l’altra”. I cocci erano tanti, sia quelli strappati dalla marea all’argine e deposti sulla piccola riva, sia quelli che ancora formavano il manufatto veneziano spazzato via con lo scavo del Canale dei Petroli nel 1968. Con nostalgia ricorda qualche coccio che lei stessa aveva raccolto e in particolare uno a fondo ribassato col leone di san Marco col libro aperto, uno dei rarissimi esemplari esistenti di leone marciano raffigurato su stoviglie fittili.

La “scoperta” di Luigi Conton, fece presto il giro d’Italia e d’Europa. Gli studiosi e i responsabili dei più importanti musei europei salutarono con grande favore le tesi di Conton. La sua “senile passione”, come lui stesso definì la ricerca, e lo studio.

L’archeologo Luigi Conton a Venezia nel primo dopoguerra.

 A Luigi Conton e alla sua celebre monografia fanno riferimento tutti gli studi sulla ceramica veneziana pubblicati posteriormente.

Il Morazzoni, ad esempio, nel 1955 parla di “eroica costanza” nella ricerca e di scoperta assolutamente “non

oppugnabile” e l’Alverà Bortolotto loda il “ricercatore instancabile”  e lo studioso

attento e meticoloso.

Ora la collezione Conton, acquistata dallo Stato, si trova presso la Galleria Franchetti e i cocci, a cui pochi davano importanza, si possono ammirare esposti come gioielli nello splendido scrigno del palazzo della Ca’ d’Oro sul Canal Grande.

  • Conton, Le antiche ceramiche veneziane scoperte in laguna,

L’argine di San Marco e la barena di Marghera in direzione di Fusina, 1920 ca.

Il ritrovamento sistematico dei reperti ceramici della laguna, restituirono a Venezia una porzione di passato dimenticata: quella di un importante centro di produzione ceramica.

  • M. Urbani De Gheltof, Studio intorno alla ceramica veneziana, Venezia 1876.
  • Molinier, La céramique italienne au XV siècle, Parigi 1888.
  • Jacquemart, Histoire de la céramique, Parigi 1872.
  • Lazzari, Notizia delle opere d’arte e d’antichità della raccolta Correr di Venezia, Venezia 1859.
  • Bon, Personaggi moglianesi, Mogliano 1997.
  • Morazzoni, La maiolica antica veneta, Milano 1955, p. 21
  • Alverà Bortolotto, Storia della ceramica a Venezia, Firenze 1981, p. 24. 

 

la collezione Conton alla Ca’ d’oro

di Francesca Saccardo

La collezione di ceramiche raccolte dal prof. Luigi Conton nel secolo scorso, nel periodo tra le due guerre, fu acquistata dallo Stato nel 1978 e si trova oggi presso la Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro, in parte esposta e per il rimanente conservata nei depositi. La collezione è costituita da 1350 manufatti ceramici provenienti dalla laguna e da sterri nel centro storico.

Notevole è la varietà di tipologie rappresentate, di produzione veneziana e d’importazione.

Tra le ceramiche prive di rivestimento, di particolare interesse risultano alcune formelle decorate a bassorilievo con motivi del tardo ‘400, provenienti dal convento della Croce, oggi distrutto, ma sopravvissuto nella toponomastica di uno dei sestieri veneziani. Sono presenti oggetti più integri ed esteticamente significativi, probabilmente si trovò a scartare i frammenti medievali perché poco accattivanti in tal senso. Pertanto risultano rare, nella collezione, le ceramiche di epoca anteriore al XV secolo. Le tipologie posteriori si contano invece in grande quantità, in particolare la graffita rinascimentale, con la sontuosa produzione del “genere amatorio” – raffigurazioni a mezzo busto di dame e cavalieri, paggi e matrone, oppure di animali, simboli di doti e virtù coniugali: il coniglio, allusivo alla fertilità, il cervo alla nobiltà di stirpe, il cane alla fedeltà, il cerbiatto alla mansuetudine… Vi era infatti l’uso di regalare questi oggetti (detti anche gameli) durante la festa delle nozze o del fidanzamento. Alcune scodelle e boccali di questo genere sono tra i pezzi più importanti dell’intera raccolta.

Nel pieno XVI secolo si diffondono anche le graffite a fondo ribassato, con paesaggi collinari

Altri “pezzi forti” della collezione sono le mattonelle in maiolica che lastricavano i pavimenti di due cappelle nella chiesa di S. Elena, produzione spagnola del XV secolo. Ceramica smaltata fu prodotta anche a Venezia nei secoli XVI e XVII, in seguito al trasferimento di maestranze dalla Romagna e dalle Marche. Maioliche di produzione faentina, abbastanza comuni nei ritro- vamenti lagunari, testimoniano un periodo di intensi rapporti e anche, per alcuni anni, di sudditanza alla città dei dogi.

Altri notevoli pezzi maiolicati della raccolta Conton sono un gruppo di mattonelle della tipologia “candiana”,

con vivace decoro floreale ad imitazione di esemplari turchi, e una serie di scodelle in “stile compendiario” con figure di putti, santi e angioletti, dipinti in posizione centrale su di un candido smalto che riveste tutta la superficie.

Per concludere, le oltre mille ceramiche della collezione Conton rappresentano un punto di riferimento per quanti si occupano di quest’arte; preziose testimonianze della nostra storia, sono state salvate da uno studioso dotato di una acuta e precoce sensibilità per l’archeologia post-classica.

anche alcune rare statuine ex-voto rinvenute nei pressi della chiesa di S. Nicolò al Lido.

Accanto alle stoviglie di uso comune, con semplice rivestimento monocromo (scodelle, piatti, catini, boccali e altro) sono ben documentati invece i recipienti in ceramica graffita, la tipologia più diffusa a Venezia tra il XIII e il XVIII secolo, (ritratti, animali, grandi frutti) incorniciato da architetture di tipo palladiano. Tipicamente veneziane sono anche le scritte di pietanze graffite su stoviglie che richiamano i moderni “piatti del buon ricordo”. Luigi Conton, considerando i numerosi reperti dalla lagua, nei suoi scritti si divertì a compilare una sorta di classifica dei gusti dei  veneziani,  nella  quale spicca “sardele”, “rosto” e “puine”

* L’autrice é curatrice e restauratrice del patrimonio ceramistico

della Galleria Franchetti.

Principali Pubblicazioni di L. Conton

  • Amore nella letteratura e nelle arti figurative, adria 1902;
  • Rarità dei musei di Torcello, venezia 1903;
  • Le antiche necropoli di Adria scoperte dal 11.1902 al 7.4.1904, adria 1904;
  • Cinquanta tombe di antichi Adriesi, in ateneo veneto, XXXi, 2-3, 1908;
  • Escursioni Archeologiche, in ateneo veneto, XXXii, 3, 1909;
  • Notizie archeologiche, in ateneo veneto, XXXii, 1, 1909;
  • Antichità romane della Cava Zuccherina, in ateneo veneto, XXXiv, ii, 1, 1911;
  • Torcello, il suo estuario e i suoi movimenti, venezia 1927;
  • L’arte sulle stoviglie veneziane dei secoli XIV e XV, venezia 1928;
  • Lo scavo del Canal Novo, venezia 1933;
  • Studio delle ceramiche scoperte nello scavo del Rio Novo, venezia 1933;
  • Due antichi monumenti veneziani in cotto, in ateneo veneto, CXX, 121, ii, 1937;
  • La scoperta di un secondo pavimento valenziano a Venezia, Perugia 1937;
  • Le antiche ceramiche veneziane scoperte in laguna, Venezia.

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